Ho conosciuto Paolo Subrizi circa 14 anni fa, una mattina, nella sua casa di Roma al quartiere Appio Latino. Allora lavoravo per un grossista di edizioni musicali e mi occupavo, tra le altre cose, delle relazioni internazionali con le case editrici e i fornitori esteri. In quel periodo eravamo riusciti a stringere un accordo con la casa editrice musicale americana Alfred Publishing, con sede a Van Nuys, una località dell’hinterland a nord di Los Angeles, per la pubblicazione in lingua italiana della collana di metodi di pianoforte per bambini denominata Alfred’s Basic Piano Library. Cercavamo un traduttore dall’inglese che avesse anche una buona reputazione come pianista, e il nome di Paolo ci era stato segnalato da una violinista, figlia di un medico amico del proprietario della mia azienda. Paolo mi accolse nel suo appartamento situato al piano terra di un edificio residenziale nella stanza dove aveva anche il pianoforte; lì gli illustrai il progetto appoggiando i metodi sullo sgabello imbottito del pianoforte, tanto la casa era piena di libri, spartiti, CD, DVD e computer infilati in ogni dove. Lui ascoltò con interesse e si riservò di darmi una risposta di lì a qualche giorno. Ci risentimmo a breve, e il progetto nacque. Lui iniziò a tradurre, io iniziai a lavorare alle non banali questioni commerciali e di marketing che avremmo affrontato di lì a poco. Il mio rapporto con Paolo divenne da quel momento quasi quotidiano.
È difficile, anzi impossibile, riassumere, ma soprattutto riportare alla memoria, i fatti e le persone che furono protagonisti del biennio più fantastico e intenso della mia vita. La sfida del proprietario delle Edizioni Musicali Riunite, il grossista, Giampiero Nicolai, scomparso prematuramente qualche anno fa. La famiglia Mauns, della Alfred: in primis Morty Manus, sua moglie Iris, i suoi figli Steve e Ron. E poi Danny Rocks, Patrick Wilson, ma soprattutto Sharon Bernstein, con la quale ebbi un rapporto molto intenso, ben al di là della semplice conoscenza lavorativa, e dalla quale imparai molte cose.
Con Paolo non si contavano le serate a casa sua, con cenetta rigorosamente cucinata da lui secondo le migliori ricette di tutto il mondo, e le ore passate a correggere le bozze nel dopo cena. Si instaurò così, come capita spesso in questi casi, un legame molto forte di amicizia, semplicemente condividendo cose del lavoro e cose della vita. Ricordo quell’episodio in cui Paolo volle a tutti i costi che il disegno di un dinosauro, che nell’originale era viola, fosse ridisegnato di colore blu, perché nella traduzione italiana di una canzoncina veniva citato il colore blu per ragioni di suddivisione ritmica. Scrissi allora una lunghissima e articolata lettera a Sharon, in inglese, in maniera tale che la sottoponesse a Morty nel corso di un’imminente riunione per finalizzare la pubblicazione. Era quasi una missione impossibile quella di poter ottenere una modifica di tale portata, perché alla Alfred erano molto attenti ai costi e ai tempi di produzione. Ma alla fine Sharon mi scrisse, complimentandosi per la lettera e dicendomi “definitely the dinosaur will be blue”. Fu una piccola vittoria, che rafforzò in noi la convinzione che il progetto era stato preso molto sul serio dalla casa editrice e che c’era un grande rispetto per il nostro lavoro.
Paolo allora era ancora pianista accompagnatore al conservatorio di Pescara, ma aveva già un curriculum di notevole qualità e spessore: allievo di Sergio Cafaro, aveva svolto da giovane un’intensa attività concertistica in Italia e all’estero; insegnava inoltre all’Arts Academy di Roma, lì voluto dal pianista Fausto Di Cesare di cui rimarrà grande amico. Con lui pianificammo e realizzammo, per il lancio dei primi tre fascicoli del “Corso Tutto-in-uno” della Alfred’s Basic Piano Library, decine di seminari in quasi tutte le più importanti città italiane. Un impegno incredibile, quasi disumano, che ci portò in contatto con migliaia di insegnanti di pianoforte in tutta Italia. Invitammo molti di questi insegnanti a scriverci, regalammo loro migliaia di copie saggio, e la risposta fu veramente oltre ogni immaginazione. Quelle lettere, molto spesso scritte anche dai giovani allievi, ci fecero all’improvviso rendere conto che stavamo svolgendo una missione più che un lavoro. Quei semplici fascicoli di pianoforte ci investivano implicitamente di una grande responsabilità. E i metodi della Alfred si affermarono decisamente, affiancando e tenendo testa al più diffuso metodo Bastien. Non solo, queste pubblicazioni “americane” ebbero il pregio di portare una ventata d’aria nuova nella vecchia didattica pianistica per bambini e per principianti, tant’è che anche diversi editori musicali italiani cominciarono a investire in questa direzione. Poi passarono gli anni, i metodi della Alfred cambiarono distributore, e alla Alfred c’erano altri e più importanti progetti di portata internazionale da seguire. Sharon andò via dalla casa editrice, seguendo la sua vocazione di cantante e studiosa yiddish, e un po’ tutto non fu più la stessa cosa di prima: le vendite e l’affermazione del metodo cominciarono a scemare, mentre le traduzioni si erano fermate ai primi fascicoli.
Grazie a Paolo, e a tutto lo showdown legato ai seminari di presentazione, ho conosciuto tantissimi amici e anche qualche amore. Ma soprattutto ho conosciuto da vicino la discreta affettuosità di Paolo, che non ha mai mancato di essermi vicino anche nei momenti più difficili della mia vita. E lui la vita se la stava vivendo veramente fino in fondo, giorno per giorno. Ho condiviso con lui dolori ma anche grandi gioe, in particolare quando decise di sposare una sua allieva di Pescara, la cantante di origine coreana Hyo-Soon Lee. Posso dire di aver visto nascere quella coppia, una coppia felice e affiatata. E poi i suoi studi, la conquista della cattedra di Pianoforte principale al conservatorio di Vibo Valentia, le lauree. Ma… Ma un grosso problema affliggeva Paolo da anni, da ancora prima che ci conoscessimo. In passato gli era stata asportata la tiroide per un tumore, e il suo ottimismo viscerale lo spingeva a minimizzare sempre, anche a sperare forse. Come qualche volta accade però, le cose non vanno sempre nel verso giusto. Quel tumore, che sembrava estirpato e sostanzialmente sotto controllo nei suoi residui, in realtà si è ripresentato negli ultimi tempi in maniera molto più feroce. La situazione lo ha condotto alla fine a doversi ancora una volta sottoporre a un’operazione, questa volta per un tumore al cervello diagnosticato malamente e in ritardo. Il resto è una triste, breve e inesorabile discesa sul piano inclinato di questo tipo di malattie.
Non ho voluto vedere Paolo negli ultimi tempi, perché sapevo che si stava sottoponendo a delle terapie antitumorali molto pesanti. So che in questi casi si imbocca un tunnel nel quale forse c’è anche un po’ di pudore nel mostrarsi in condizioni critiche agli altri. Forse ho sbagliato, e tante volte mi chiedo se non sarebbe stato più giusto, o quantomeno umano, stargli vicino abbracciandolo e piangendo con lui fino alla fine. Non so, è molto difficile dirlo. Mi sono fatto guidare dall’istinto, e questo istinto non mi ha fatto superare quella soglia immateriale oltre la quale c’è l’intimità più profonda e privata di un essere umano, quel limite per me invalicabile all’interno del quale uno ha bisogno di svolgere il suo cammino da solo. Mi conforta in questo quell’illuminata ultima pagina del libro Un altro giro di giostra di Tiziano Terzani, dove l’autore scrive: «E questo è ciò che posso consigliare ad altri: cambiare vita per curarsi, cambiare vita per cambiare se stessi. Per il resto ognuno deve fare la strada da solo. Non ci sono scorciatoie che posso indicare. I libri sacri, i maestri, i guru, le religioni servono, ma come servono gli ascensori che ci portano in su facendoci risparmiare le scale. L’ultimo pezzo del cammino, quella scaletta che conduce sul tetto dal quale si vede il mondo o sul quale ci si può distendere a diventare una nuvola, quell’ultimo pezzo va fatto a piedi, da soli».
Ho conosciuto con Paolo un grande uomo, una guida che non esiterei a definire “spirituale” se fossi credente, una persona gentile, generosa e umile nonostante le apparenze. Di lui mi ha sempre impressionato la sua straordinaria capacità di ragionare e agire in maniera velocissima; anche le questioni più complesse con lui diventavano semplici e riusciva a fare più cose contemporaneamente, trovando anche gli spazi per lo svago e la cura degli amici. In lui c’era un tale costante equilibrio fra produttività e convivialità, tra lavoro e amicizia, che sembrava fosse l’applicazione materiale e vivente delle teorie di Ivan Illich.
Paolo Subrizi è morto, nella notte tra il 14 e il 15 agosto del 2010, non avendo compiuto ancora 45 anni, dopo una breve e intensa esistenza fatta di amicizia e di musica.
cp, 16-17 agosto 2010
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